Trovare il proprio Ikigai

C’è un’isola nel sud dell’arcipelago del Giappone che si chiama Okinawa ed è un regno di lunga vita e di felicità. E’ lì che vive la più alta concentrazione al mondo di centenari. Diventati caso di studio e oggetto di ricerche scientifiche, hanno trasmesso all’Occidente  la loro ricetta millenaria di serenità, racchiusa nella parola giapponese Ikigai, che significa ragione di vita.

Per vivere bene, in salute e felici i giapponesi di Okinawa fondano la propria vita su alcuni elementi fondamentali. Primo tra tutti il senso di appartenenza a una comunità, da cui il singolo trae la forza e la consapevolezza della propria identità. Le amicizie condivise e alimentate attraverso incontri costanti nel tempo rendono più felici e uniti.

Il fulcro della filosofia Ikigai sta però soprattutto nell’individuazione della propria passione autentica e delle attenzioni amorevoli che a questa vanno rivolte giorno dopo giorno. Quella stessa passione che, quando la vivi, provoca l’illusione di una dilatazione temporale e ci fa immergere in un flusso, ribattezzato dallo psicologo Csikszentmihalyi “flow”. Un’esperienza di gioia vivissima, un sentimento di estasi apparentemente senza motivo, spesso tipico delle attività creative.

Uno degli ingredienti fondamentali per appropriarsi del proprio ikigai starebbe proprio nella capacità di immergersi nel flusso attraverso compiti che ci danno grande gioia, ma che al contempo rappresentano per noi una sfida e sono capaci di farci uscire dalla nostra comfort zone. Come scriveva Hemingway “Io scrivo meglio di quanto non sia capace”.

Sempre a Okinawa, il vivere a lungo e bene si conquista anche con uno stile di vita sano e con un’alimentazione equilibrata. I giapponesi centenari ci insegnano che dovremmo alzarci da tavola quando il nostro appetito è stato saziato all’80% e ovviamente non dovremmo mai trascurare un’attività fisica costante.

Fare dell’Ikigai il proprio destino è spesso un atto di grande coraggio oggi.

Vivere senza protezione i paradossi, le accelerazioni e gli eccessi della società contemporanea ci espone ad assorbirne gli echi, perdendo di vista quello che in realtà ci renderebbe davvero felici. E sono convinta che ricercare prima o poi la nostra felicità sia un atto doveroso per noi e per le persone che abbiamo scelto per condividere un percorso. Perché la felicità genera ottimismo, come quelle risate grasse che irrompono dal silenzio. La rinuncia alla felicità è un atto di fallimento.

Molti genitori confondono l’Ikigai coi propri figli. Se da un lato la nostra famiglia ci ha regalato una dimensione superiore, dall’altro vive e si alimenta nella continuazione del nostro IO. Ci sono genitori che per i figli lasciano il lavoro, trascurano il proprio aspetto fisico, vivono il legame col partner con l’automatismo con cui rifanno i letti la mattina. Ci sono persone che hanno un talento e lo accantonano, schiacciati dalla frana del pragmatismo e da una società che ti fa credere che di sogni non si vive. Ci sono quelli che, se glielo chiedi, dicono di non avere mai avuto passioni, perché vivere nel noto è più rassicurante. C’è però anche chi a quella passione non ha mai resistito e che attraverso di essa è diventato una persona migliore. E con il suo entusiasmo ne ha contagiati tanti altri.

A chi fa fatica a trovare il proprio Ikigai, i centenari giapponesi suggeriscono di sforzarsi di ricordare cosa, da piccoli, ci provocava emozioni profonde. Cosa ci faceva perdere il senso del tempo e acquisire quell’audacia, quella visione e quella spinta al cambiamento che ritroviamo nell’istinto di esplorazione dell’infanzia. Quando la vita è all’inizio e quando tutto appare potenzialmente possibile.

Il fatto è che da adulti troppo spesso dimentichiamo che aspirare al potenzialmente possibile non è mai troppo tardi.

 

Nota: per chi voglia approfondire la filosofia dell’Ikigai, consiglio i vari libri sull’argomento, tra cui quello dell’autrice Bettina Lemke.

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