Sognando la parità di genere

Un ristorante nel cuore della marina di Doha, Qatar. Una città inventata sulla carta, dove si gira solo in macchina con naso all’insù, a guardare il lusso dei grattacieli abitati da ricchi, che spuntano come funghi e che di notte si illuminano di mille luci colorate. Un uomo e una donna sono a tavola insieme senza scambiarsi parola alcuna.

Io siedo pochi metri più in là, insieme a colleghi, ad aspettare la mia cena. Mi chiedo come quella donna, impassibile nei movimenti, sarà in grado di mangiare così bardata. Potrebbe avere gli occhi neri, cerchiati di kajal, ma non lo saprò mai. Mi dico che nemmeno i suoi figli, qualora ne avesse, potrebbero non saperlo. Ha il corpo e viso completamente ricoperti da velo e tunica neri. Passa piccoli bocconi di cibo sotto quel velo, con l’automatismo e l’assuefazione di chi pensa di non avere un valore. E penso che la ricchezza di certi posti sia semplicemente un bel contenitore vuoto.

Termina la mia trasferta e volo verso ovest, in Italia, dove vivo. Mi rimetto gli abiti da lavoro. Partecipo a riunioni in mezzo a tante altre donne. Qui il velo non esiste, ma ci sono diversità di stipendio e di carriera rispetto agli uomini. Donne con ambizioni e donne che le hanno messo in stand by per la famiglia, in un sistema che non valorizza con strumenti economici e di flessibilità il mantenimento di un doppio ruolo, quello di madre e lavoratrice.

Capi uomini, in percentuale di gran lunga superiori a capi donne, che insegnano a diventare leader proponendo un unico stile manageriale, quello maschile. Quello da manuale. Come il mio secondo capo, un tedesco, che si lamentava del mio essere poco aggressiva o fetente sul lavoro. “Così non farai carriera”, mi diceva. Poi ho capito che nel mio essere poco fetente, potevo invece trovare un approccio manageriale diverso, ritagliato sul mio essere donna e portatrice sana di empatia, ascolto attivo, intuito e senso di responsabilità. Fortunatamente ho cambiato capo.

Tra il 5% di CEO donna a livello globale c’è l’italiana Sabina Belli, Amministratore Delegato di Pomellato, che ha appena pubblicato il libro su donne e carriera “D come Donna, C come CEO – Dizionario di Leadership al femminile”. Lo leggo la sera, dopo aver portato a letto i bambini e sottolineo:

“Nel management, i valori del maschile sono largamente sviluppati, ammessi e indiscussi. Quelli del femminile sono spesso bollati come inadeguati al mondo del lavoro. Sono dinamiche che esistono in modo tacito e non formale. Una società dove principi culturali atavici continuano a imprimere differenze comportamentali di genere. A volte le donne non si sentono abbastanza equipaggiate per capire come entrare in parità in modo fiducioso e convinto“.

Sabina Belli, CEO Pomellato

Fortunatamente dal Medio Oriente all’Italia ci passano veli, decine di anni di rivendicazioni per la parità, tante conquiste e ben 57 posizioni nella classifica 2018 stilata dal World Economic Forum sul gender gap. Su 149 paesi, l’Italia è al 70 posto, il Qatar al 127.
Il report del WEF analizza il progresso dei paesi del mondo sul fronte della parità su una scala che va da 0 (disparità) a 1 (parità). Quattro sono le aree di monitoraggio: le opportunità economiche, l’istruzione, la salute e l’accesso alla politica.

In sintesi il report ci racconta che abbiamo ancora un gap da colmare del 38% e che lo colmeremo tra 107 anni. Ce ne vorranno poi 202 per sanare le differenze dal punto di vista della partecipazione economica e politica. Penso a mia figlia e a quanto avrei sognato per lei un mondo di pari diritti. Non succederà.

A meno di non trasferirci tutti in Islanda, patria dell’uguaglianza e prima della classe da 9 anni per il WEF. Un paese dove è sancito per legge l’obbligo delle aziende di garantire gli stessi livelli retributivi tra uomo e donna. A gennaio è difatti entrata in vigore una legge che impone alle società private e pubbliche con più di 25 dipendenti la parità salariale. Chi si rifiuta paga multe altissime.

Sempre in Islanda il concetto di uguaglianza si impara fin da piccoli, a scuola: Hanna Björg Vilhjálmsdóttir è stata la prima insegnante a ideare un corso sulle questioni di genere in una scuola superiore 10 anni fa. Ora questo tema, obbligatorio, è nel curriculum di 27 delle 33 scuole superiori del paese.

E poi ci sono i padri che, non solo in Islanda, ma in genere in Europa del nord, come per es. in Svezia, decidono di prendersi il congedo di paternità. Terre di papà a tempo pieno, che spingono passeggini o danno biberon senza imbarazzo o timore di mortificare la propria mascolinità. Stanno a casa in media 4 mesi all’80% dello stipendio. In Svezia nove padri su 10 usano il congedo, in Italia siamo a 2.

Sempre l’Islanda nel 1980 conquistò il primato per avere eletto la prima donna Presidente nella storia del mondo che durò per 4 mandati ed è ricordata come il presidente più amato nella storia del paese. Il regno dell’avanguardismo, non c’è che dire.

La fotografia sul gender gap ci racconta anche che sono solo 17 i paesi su 149 con donne capi di stato e nel complesso solo il 18% di donne sono ministri e il 24% parlamentari. Sul fronte educazione in ben 44 paesi le donne vivono in condizioni di analfabetismo. L’ Italia, al contrario, è il primo paese al mondo per quantità di donne che si iscrivono a università e master, ma scendiamo al 118 posto su 140, peggiori in Europa e in Occidente, per partecipazione femminile alla vita del Paese.

“Fornite alle donne occasioni adeguate e potranno fare di tutto” scriveva Oscar Wilde.

C’è chi queste occasioni non aspetta di riceverle e cerca di conquistarsele da sola. Come Miranda Brawn, fondatrice della “The Miranda Brawn Diversity Leadership Foundation” nel Regno Unito, che opera per contribuire a colmare il divario delle diversità.

Miranda Brawn

Nel suo keynote al Tedtalk di Modena ci ha raccontato come l’obiettivo della parità di genere vada conquistato attraverso il coinvolgimento delle nuove generazioni e degli stessi uomini. E che la società o le singole aziende dovrebbero comprendere che l’attribuzione di potere a chi vive una diversità, come la donna, è strumentale all’introduzione di cambiamenti nel modo di pensare comune.

Il talento è genderless. Punto. Su questa scia sono nati progetti cinematografici ed editoriali straordinari come quello di Chiara Tilesi, partita dall’assunto che nel mondo del cinema un film su cinque è diretto da una donna, proporzione che scende in Italia. Chiara ha fondato nel 2016 negli Usa una casa di produzione no profit tutta al femminile, la ‘We dot it together’, il cui scopo è quello di produrre film e documentari dedicati all’empowerment delle donne e delle minoranze.

Chiara Tilesi

E chi non conosce la saga delle bambine ribelli di Francesca Cavallo ed Elena Favilli, che hanno raccolto storie di centinaia di donne che con il loro coraggio e forza hanno cambiato il mondo? Storie raccontate alle bambine, per ispirarle, stimolarle e insegnare alle nuove generazioni che se si crede nel proprio valore si è capaci di cambiare le cose. I volumi sono diventati un caso editoriale a livello mondiale.

In Italia tra i contenuti multimediali più illuminati c’è Freeda, che dà voce a donne che hanno rotto barriere e migliorato la società grazie alla loro forza. Un esempio di utilizzo intelligente dello strumento del web attraverso il linguaggio dei millennials.

Il punto è anche un altro. Noi donne spesso non facciamo squadra. Siamo invidiose tra di noi, trasformiamo gli ambienti al femminile in territori di guerra e non ci sosteniamo con quell’ attitudine tipicamente sportiva che hanno generalmente gli uomini, con cui arrivano alla fine a tirare il pallone in rete. Dovremmo indossare la stessa maglia, tifarci, perché alla fine il successo di una è il successo di tutte.

Noi oggi sogniamo la parità. Che non è femminismo. Che non è desiderio di scimmiottare gli uomini per spirito di omologazione. Ma desiderio di libertà per raggiungere la propria realizzazione, intesa come libertà di decidere il proprio obiettivo e di raggiungerlo. Che sia quello di accudire i figli o diventare top manager.

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