Nativi digitali, il mondo li vuole surfisti. E noi?

Il Mondo li vuole veloci. Surfisti della cultura. Li ha definiti così Alessandro Baricco nel suo saggio “I Barbari”. Sono la generazione che nasce e cresce nell’era di Google, sono i nostri figli, dunque. Internet ha avviato una rivoluzione copernicana del sapere, che si ispira alla sua stessa impostazione. Informazioni in sequenza, ramificate attraverso i link, che influenzano inevitabilmente il modo in cui i più giovani si rapportano alla conoscenza. Un accesso superficiale che naviga sulla schiuma delle onde. I nostri figli sono dei surfisti, mentre il nostro approccio alla conoscenza è passato attraverso altre serrature: quello della ricerca e della comprensione delle cose in profondità. Così va il mondo oggi, ci possiamo fare poco. Abbiamo figli che all’età di due anni allargano i disegni colorati su un foglio con le dita, pensando che la carta sia un touch screen. È lo scontro tra i nativi digitali e noi che non lo siamo. Noi che siamo cresciuti nella carta, tra la polvere dei volumi, la lentezza e la fatica della ricerca del sapere.

Parlo di questo con Maria Piacentini, una delle direttrici scolastiche del modenese più illuminate, promotrice di una innovativa visione pedagogica, che pone il fattore del tempo e della spinta motivazionale al centro del processo di apprendimento, nonché ispirata ai principi montessoriani e cattolici. Maria si è formata alla corte delle innovative scuole di Reggio Emilia, dove è nata e cresciuta, strutture note per il cosiddetto “Reggio Approach”, definito dalla rivista americana Newsweek come uno dei 10 migliori metodi educativi esistenti a livello mondiale. Dopo la parentesi dell’ insegnamento e come coordinatrice pedagogica nelle scuole reggiane, una costante attività di volontariato e ruoli nel direttivo del Diaconato in Italia, ha assunto la guida di una delle migliori scuole paritarie di Modena, la Madonna Pellegrina (http://www.scuolemadonnapellegrina.it). Esperienze professionali condite da una maternità extra large: sei figli, un numero che oggi farebbe cadere chiunque dalla sedia.

Maria Piacentini

Maria Piacentini

Maria, quali sono i rischi oggi e in futuro per i nostri figli, nativi digitali?

Il vero punto della questione è: che bambini vogliamo? Come pensiamo i nostri figli nel domani? Sono fermamente convinta che ci siano alcuni valori irrinunciabili, primi tra tutti il valore della parola e dell’ascolto. Sono completamente passati di moda. La nostra società ci impone di essere multitasking, siamo bravi se riusciamo a fare più cose contemporaneamente, non stiamo mai fermi e mai in silenzio. Il diritto all’ozio, quello latino, quello che ti fa pensare, è dimenticato. Un modo di essere che si traduce nell’incapacità di stare con noi stessi. Tutto questo ci rende fragili, con poca consapevolezza, sempre proiettati nel futuro o appiattiti sul passato, sull’idea che ci siamo fatti di noi stessi senza vivere i nostri cambiamenti, assorbirli e andare avanti rinnovati: cioè vivere in pienezza ogni istante della nostra vita.  Questo lo vedo come un rischio per i bambini di oggi.

Quanto è cambiato oggi l’apprendimento?

L’apprendimento è sempre spinto da due meccanismi: quello emotivo-relazionale, basato sulla motivazione alla conoscenza, e quello temporale. I bambini hanno bisogno di tempo per apprendere. Per interiorizzare. Perché i nostri figli ci chiedono di raccontare sempre la stessa favola? Non è banale, lo fanno perché chiedono tempo per comprenderla, per immagazzinarla. Tutto questo si scontra con un mondo che al contrario li vuole veloci, pretende di formarli con una mentalità virtuale, quella che li fa tornare avanti e indietro tra un processo e l’altro, e ragionare col metodo Google e della rete. Un mondo che tende a formare degli specialisti, adulti funzionali a un sistema. Si perde così tutta la dimensione intermedia della conoscenza e le inevitabili sfumature. Proprio per questo nella nostra scuola insistiamo molto su questo aspetto, sviluppando progetti che avvicinino i bambini all’idea delle sfumature, partendo per esempio con lo sperimentare l’infinita varietà del colore con i piccoli del nido.

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Come conciliare quindi i tempi naturali dell’apprendimento con il ritmo schizofrenico imposto dalla società oggi?

Ripartiamo dall’interezza della persona. Dobbiamo formare i bambini contemplando le tre dimensioni umane: corporea, psichica, spirituale. Abbandoniamo l’idea di sovraccaricare i nostri figli crescendoli con ansie da prestazione. Rallentiamo il ritmo. La loro giornata è troppo scandita da competizioni: la partita di calcio, il saggio di danza, le interrogazioni, le lezioni extra di inglese. Facciamo delle scelte: la vita deve essere il frutto di una selezione, non facciamoci travolgere dall’inganno delle infinite opportunità possibili, a prescindere dalle nostre storie personali, dai nostri contesti, dal nostro limite. Offriamo ai bambini anche ambiti dove non si debbano rincorrere necessariamente degli obiettivi. Ambiti in cui possano semplicemente giocare e stare con se stessi. Il gioco è il primo canale di apprendimento.

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Il metodo Montessori, a cui la sua scuola si ispira, si basa su queste considerazioni?

Pienamente. Uno dei valori più affascinanti di questo metodo, che in Italia non ha purtroppo trovato un’ampia diffusione, è il principio secondo cui il bambino è messo in grado di correggersi da solo, senza l’intermediazione e la valutazione dell’adulto, quindi senza l’ansia del giudizio esterno. Un approccio che abbiamo introdotto a scuola nell’educazione religiosa: per capirci, nei giocattoli l’esempio più classico è quello dei cubi. La torre dei cubi è autocorrettiva, difatti è il bambino stesso che a forza di tentativi trova la strada per costruirla incastrando i cubi della giusta dimensione. Il principio dell’autocorrezione fa sì che il bambino non debba passare dall’adulto per avere l’approvazione del suo lavoro e questo lo porta a diventare una persona libera. Che ragiona con la sua testa, trovando da solo le soluzioni al problema.

Come vede oggi le mamme dei nativi digitali?

Profondamente colpevolizzate dalla società e, forse per questo, più fragili ed eccessivamente iperprotettive. La pubblicità impone un modello di maternità alterato, finto, e le mamme finiscono purtroppo col credere che per essere buone madri debbano evitare ai figli qualsiasi tipo di disagio e fatica, comprare vestiti alla moda, iscriverli a corsi di inglese, di pallavolo o di musica perché altrimenti da grandi saranno “tagliati fuori”. Niente di più sbagliato.

C’è una stagione per ogni età. Restituiamo ai nostri figli, quando saranno più grandi, la responsabilità di alcune scelte, e siamo più fermi nella nostra responsabilità di adulti nel dare regole e confini: significano, per i bambini, sicurezza. Inoltre, sono convinta che molto spesso le attività extra scolastiche siano più proficue se nate dalla consapevolezza e da una vera motivazione. Del bambino e non della madre.

Ho deciso. Il prossimo weekend ce ne staremo tutti a casa in santa pace. Niente pranzi in fattorie didattiche, cene comunitarie in ristoranti chiassosissimi e maratone al parco. Comprerò i cubi montessoriani a Mattia, staccherò i telefoni, nasconderò gli ipad, e se vedrò un buco nei leggins firmati di Beatrice alzerò le spalle. Ho la sensazione che ci divertiremo.

 

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