L’essenza dell’essere mamma

“Mamma, mi fai la treccia?” mi dice. Gliela faccio. La vedo poi infilarsi la sua cartella fucsia sulle spalle. Da dietro le nasconde tutto il busto e pare buffa nella sua andatura falsamente adulta e trionfalmente vanitosa nelle sue ballerine nuove.

Il suo sguardo è fiero. Di quelli che ce li hai quando ti capita qualcosa di importante e che ti senti di meritare. E’ il suo primo giorno di scuola.

Fischio di inizio. Raggi di sole che sembrano laser. E’ una falsa primavera. Potrebbero rinascere i fiori sui ciliegi se non fossimo già al termine dell’estate. Silenzio, suonano le chitarre, cantano i bambini di seconda che accolgono i nuovi arrivati. “Forza, ora tocca a voi” è come se dicessero. “Basta con quei telefonini e fotocamere, fatemi guardare mia figlia che è diventata grande” penso e mi faccio strada.

Ricordi. La mia foto col grembiule blu. Trentadue anni fa. “Meno male che almeno a te hanno risparmiato la tortura del grembiule” penso. Lo odiavo. Mi faceva sentire goffa e grassa d’inverno, strizzata nei maglioni di lana. Ho sempre odiato l’omologazione. Sarà stata colpa del grembiule blu.

La vedo abbracciare le sue amiche con l’intensità di chi ha perduto una cosa cara e te la riportano a casa nel momento più inatteso. “L’innocenza dell’amore è qui, la vedo” penso.

Utopie. Con lei vivo una seconda possibilità. A 38 anni non ho contribuito a cambiare il mondo. Forse lei lo farà, chissà, mi piace sognare. “Sbagliato prendere i figli come compensazione di nostre mancanze” poi penso. “Che faccia la disegnatrice di tatuaggi allora, la adorerò lo stesso”.

Essenza. “Questo è il giorno in cui si diventa mamma per la prima volta” mi dico. Seriamente. Consapevolmente. Le ho insegnato come allacciare le scarpe. Forse. Come leccare un gelato senza sporcare la T-shirt. Forse. Come alzarsi da tavola solo dopo avere finito di mangiare. Forse.

“E’ finita la pacchia per te, ma anche per me” mi dico. “Sono responsabile di te ora più che mai. Ti aiuterò affinché tu possa formarti delle idee. Idee tue, non mie però. Ma buone, promettimelo. Devo proteggerti, ma il quanto basta affinché tu possa conoscere anche un po’ la sofferenza. Ti voglio forte come se indossassi una camicia di Teflon. Ti consegno i miei sogni, poi fanne quello che vuoi, ma sappi che ci sono. Ti seguo. Ti osservo da dietro la porta. Senza invadenza, perché dovrai essere libera di scegliere. Quando piangerai avrò io la tua riserva di fazzoletti, ma sappi che cercherò di interrompere i tuoi singhiozzi facendoti il solletico. Ti darò risposte quando le cercherai. Se non le avrò le troverò” penso, mentre la guardo sedersi su un banco in miniatura. La vedo diventare seria, è già proiettata nel Mondo del Dovere.

Di ricordi, di utopie, dell’essenza di una mamma, o forse di tutte le mamme. Anche per noi il primo giorno di scuola è arrivato.

2 Comments

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *