Il significato, per me, di essere madre

A quasi capodanno del 2009 sono diventata mamma per la prima volta.

Ho brindato al nuovo anno nel letto d’ospedale sotto il botto dei fuochi, ho pianto dalla commozione, ho stretto le mani di mio marito nella gioia e paura di quello che eravamo diventati.

 

Una prima figlia che ho vissuto come una rivoluzione. Che mi ha fatto sentire improvvisamente sola, incapace, stanca, in preda alla paura di sbagliare. Una figlia che però, nel suo temporale, mi ha fatto toccare l’essenza della felicità, quella che non è fatta solo di picchi, ma che dura per sempre come una febbre costante. Che mi ha fatto abituare alla parola mamma, che con sé porta un moto di rinnovamento continuo. Un avanti e indietro come onde sul bagnasciuga sulla scala della propria evoluzione.

E poi il secondo figlio, cercato, conquistato, che ha sancito definitivamente la nostra voglia di cambiamento e il nostro patto di corresponsabilità. Due piccoli noi, che guardo e riguardo ogni istante in cui stiamo insieme, come vittima della sindrome di Stendhal davanti alla bellezza di un Caravaggio, nella ricerca di somiglianze, dai centimetri di naso fino al modo di ritirare le gambe al petto quando dormono. Che fatico e faticherò a lanciare nel mondo nella rinuncia della mia intromissione e protezione. Perché so che maternità fa rima con generosità e che questa sarà la sfida più difficile.

Il diventare madre ha raddoppiato la mia capacità di resilienza, perché so che gli eventuali periodi bui mi faranno lottare con la stessa forza e determinazione di una tigre. Quell’energia con cui non si nasce, ma che si costruisce mano a mano sull’amore. Quella luce che tutte le madri portano negli occhi: per alcuni è la luce che va a formare le rughe, ma che in realtà sono armi e saggezza a disposizione dei figli.

Una maternità che mi ha reso una persona migliore. A cui non rinuncerei per nessuna ragione al mondo e che porto con me sempre, la mattina, davanti allo specchio quando mi trucco, davanti al computer in ufficio, nei miei viaggi di lavoro e quando chiudo gli occhi la notte con la mano di mio figlio sulla guancia. Uno stato che mi culla, perché ha ricomposto i pezzi mancanti, ma che mi ha anche condannato a un senso di inadeguatezza nell’inseguimento dell’ideale del genitore perfetto. Una malattia con cui spesso non si ragiona, che ci schiaffeggia e ci butta a terra, insieme ai nostri errori e distrazioni.

Diventare genitore ci rinnova anche nel nostro ruolo di figlie. Conduce al primo vero allineamento tra la nostra prospettiva di giudizio e quella di nostra madre. Ed ecco che arriviamo finalmente a perdonare e capire quello che per trent’anni non eravamo state in grado di fare. Raggiungiamo il picco del nostro rapporto di amore e gratitudine, nell’oblio degli scontri passati.

Da mamma ho cambiato pelle. Vivo in una costante lotta contro il tempo, nel tentativo invano di congelare gli attimi insieme, i nostri abbracci, le risate, le scoperte, le  piccole e grandi conquiste, l’imparare a dormire da soli, il riuscire a consolarsi e aiutarsi. Ad accompagnarli nel loro diventare grandi sotto la consapevolezza e responsabilità di dover essere, per loro, il miglior esempio possibile. E anche se non ce la farò egregiamente, ci avrò provato con tutta me stessa e ci avrò creduto come si crede alla magia e all’incanto, da piccoli.

Auguri, mamme di tutto il mondo per il prossimo 12 maggio.

E che tutti i giorni siano per voi la festa più incredibile che mai avreste potuto immaginare.

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