Noi, genitori disorientati

Io credo che la nostra sia la generazione di genitori più disorientata della storia. Abbiamo il vantaggio di essere i primi genitori digitali di nativi digitali. Parliamo la stessa lingua dei nostri figli. Tuttavia la nostra digitalizzazione ci ha dato un potere, ma ce ne ha tolti tanti altri.

Mai come in altri periodi della storia, abbiamo accesso a innumerevoli informazioni che ci potrebbero supportare nel nostro ruolo. La questione è che, quando gli strumenti a disposizione diventano troppi, si diventa incapaci di fare una scelta. Come un bambino a un luna park.

Con l’accesso gratuito, senza limiti di spazio e tempo alle notizie, abbiamo ottenuto velocità nell’acquisizione di conoscenza, ma superficialità negli approcci educativi e nella gestione di tanti aspetti della vita dei nostri figli. Ragioniamo coi tempi dell’apertura di una pagina web. Mio figlio ha dei puntini rossi: posto la foto in un gruppo di mamme su facebook e ricevo decine di commenti. A quale mamma darò ragione?

Oppure basta semplicemente googolare.

Quando poi vogliamo decidere il tipo di educazione da dare ai nostri figli, non sappiamo che direzione prendere. Una volta diventate mamme, diventiamo il bersaglio di mille diverse ricette pedagogiche. Come se i modelli educativi fossero soggetti alle regole della moda. Negli ultimi tempi, per esempio, fa figo dire che il proprio bambino frequenta una scuola a stampo montessoriano, ma cosa significa veramente?  Poi c’è il Reggio Children approach, basato su partecipazione, sull’importanza dell’ambiente educativo e sulla presenza dell’atelier.  C’è il metodo danese per crescere bambini felici, là dove la Danimarca domina il World Happiness Report, la classifica dei Paesi più felici stilata ogni anno dalle Nazioni Unite. Alzi la mano chi non ha acquistato o pensato di leggere, prima o poi, il libro di Jessica Alexander e Iben Sandhal.

Ci sono mamme che sanno bene l’inglese, pur essendo italiane fino al midollo, e si sforzano di parlare inglese ai figli davanti a piatti di pizza e pasta al ragù. C’è la scuola normale, che ci ha deluso. Che se ne frega delle competenze trasversali, ferma sull’egemonia del nozionismo. Poi la vita è tutt’altra cosa e il lavoro ci insegna che le soft skills, molto spesso, sono quelle che ti portano più in alto di altri.

Se nostro figlio detesta i libri, allora digitiamo su Internet “tips per invogliare il bambino a leggere”, quando noi magari stiamo tutta sera attaccate al cellulare e l’unico libro in casa è “Cotto e mangiato” di Benedetta Parodi.  Il nostro neonato non dorme, allora compriamo “Bambini fate la nanna” di Estivill e attuiamo il programma con la freddezza e precisione che ci mettiamo nel far funzionare il nostro nuovo robot da cucina. Cerchiamo rimedi su facebook con la facilità con cui ci allacciamo le scarpe. Nel frattempo ci dimentichiamo di passare del sano tempo la domenica a rosicchiare insieme schifezze e giocare a Monopoli Junior.

I blog come il mio o come tanti altri nascono proprio con la necessità di dare un supporto e un orientamento a genitori sempre più vittime della sovrabbondanza digitale. Ma fino a dove è lecito spingersi nella elaborazione di ricette sull’allevamento del bambino perfetto? E perché i media ci inculcano questa storia del bambino perfetto?

Non è solo colpa di Internet in ogni caso. Ha ragione Daniele Novara, uno dei più importanti esperti di pedagogia che abbiamo in Italia, quando dice nel suo libro “Dalla parte dei genitori” che la nostra è una nuova generazione di genitori (detti genitori affettivi) che hanno abdicato al loro vero ruolo per compiacere ai propri figli.

Quello che facciamo ha l’obiettivo di conquistare il loro affetto, a costo di viziarli e non saper dire certi no. Abbiamo sostituito la severità dei precetti educativi della precedente famiglia normativa (quella dei nostri genitori) con un approccio che pone il bambino al centro e svuota madri e padri della responsabilità del ruolo pedagogico connaturato alla loro posizione. Abbiamo deciso di interrompere la continuità educativa che è storicamente passata di padre in figlio in virtù di un modo buonista e permissivo di fare i genitori.

Secondo Novara, lo sviluppo di certi disturbi psicologici, che lui definisce malattie dell’educazione (dal bambino tiranno, ai disturbi alimentari, a quelli del sonno) sono strettamente collegati all’avvento di una genitorialità lasciva e spersonalizzata. Disorientata appunto.

Mi chiedo tante volte che mamma voglio essere per i miei bambini. E ammetto in tutta sincerità di essere tra quei genitori che spesso sperano di trovare la soluzione giusta a certi rimedi su Internet e sui libri. Quando è nata mia figlia mi sono divorata manuali sulla puericultura. Ho avuto genitori severi, prescrittivi, dal ruolo educativo forte, che con coerenza di comportamento mi hanno indicato quali valori far crescere dentro di me. E oggi mi ritrovo col potere e con la responsabilità di plasmare due splendidi bambini che faranno del mio stile educativo il loro distintivo.

Ed è per questo che sono convinta di una cosa: la direzione da prendere va ragionata bene. Non può venire affidata a una veloce ricerca sul web. Va resa unica come un vestito di sartoria adatto al suo tempo. Va cucita al nostro vissuto e ai valori in cui crediamo. Andrà poi fatta indossare a bambini che forse ci vorranno assomigliare, o forse no, e che vorranno una vita felice sì, ma soprattutto ricca e profonda. E che soprattutto ci dovranno percepire come guida, anche se, per farla bene, saremo costrette a dire qualche no.

 

 

 

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