Formule di sopravvivenza per mamme che lavorano: parola di coach

Spenta la mia decima candelina su una torta alla frutta ricoperta di gelatina, ricevetti il regalo di passare molto più tempo con mia madre. Dopo quasi vent’anni di lavoro lei decise di diventare casalinga. Disse che lo fece per me. “Ti voglio seguire meglio nella scuola” si giustificò. Spensi le candeline, ne fui felice. Questo lì per lì. Poi smisi di esserlo.

Non era colpa della gelatina alla frutta, di cui non ero né allergica né bulimica divoratrice notturna. La mia diventò col tempo una sorta di indisposizione nei confronti del nuovo mondo di mia mamma. Un piccolo universo costellato di pentole, ceste del bucato, me e mio padre, mio padre e me. Da lì sviluppai una natura da suffragetta postmoderna: ancora oggi esistente e depenalizzata da mio marito dopo momenti di incomprensioni, talvolta riemerge con violenza.

Le evidenze di questo episodio infantile sono due.

Il diventare mamme porta con sé la coda di un penoso senso di colpa nel non poter essere costantemente, diligentemente, intelligentemente, educativamente, affettuosamente sempre presenti coi propri figli. Chi più chi meno ne soffriamo tutte. Una mamma su due in Italia è così spinta a lasciare il lavoro nella speranza di mettere a tacere i giudizi implacabili della propria severità. Quella che indusse mia mamma a dedicarsi completamente a me, nel sacrificio di una sua identità sociale e professionale.

Per contro, i nostri bambini, almeno finché dipendono da noi, costruiscono la loro felicità sulla nostra. Ma attenzione: purché sia autentica. Loro sono peggio dei nostri migliori maestri di scuola, quelli che capivano al volo chi di noi aveva copiato e chi invece aveva studiato veramente. Io sapevo che mia mamma aveva copiato. Me ne accorgevo dalla forzatura di certi sorrisi. Dall’ipotrofia della sua vivacità e curiosità, che il nuotare nel mondo e il lavorare (purché piaccia quello che si fa) alimentano.

Strano a dirsi, ma avrei preferito vederla di meno pur di sentirla più autenticamente felice. Più distratta dal rumore del mondo, quello che arricchisce i nostri film interiori e quelli degli altri. Una tesi un po’ teutonica, a sostegno della quale sono andata a scomodare una business coach, Antonella Santi, donna in carriera, spesso in viaggio su e giù per l’Italia e due volte mamma.

Antonella Santi

Antonella Santi, coach

Antonella ha vissuto all’inizio la frustrazione tipica della working mom, che matura pensieri fissi sulle conseguenze dei traumi infantili provocati dalle proprie ripetute assenze. “Prima di diventare coach lavoravo nel commerciale di un’azienda e vivevo un grande conflitto interiore. Non ero serena, con fatica riuscivo a conciliare lavoro e famiglia e quando tornavo a casa la mia missione era quella di provare a compensare il più possibile la mia assenza. Non ero felice, ero spesso nervosa e in ansia. Questo perché non avevo passione per quello che facevo. Poi ho incontrato il coaching, il lavoro della mia vita, che mi ha portato a sacrificare la mia presenza in famiglia, ma senza conflitti. Probabilmente da quel momento è cambiato il rapporto con me stessa e ho scoperto la serenità interiore di vivere il mio essere lavoratrice oltre che mamma. La mia nuova passione in quello che facevo andava poi a toccare positivamente le mie emozioni, che automaticamente trasferivo in famiglia”.

Antonella, di donne lavoratrici e mamme ne incontra e sostiene tante nel loro sviluppo professionale. “Le donne oggi sono per lo più accomunate dalla difficoltà di vivere con equilibrio il rapporto lavoro e famiglia. Quello che più emerge dalle mie sessioni non è tanto il non trovare tempo per figli e marito, ma il non trovare tempo per se stesse. Quando la donna torna a casa si toglie il cappello dell’impiegata o manager e si mette quello di mamma: dedizione assoluta alla famiglia. Il risvolto della medaglia è però il sentirsi poco soddisfatte perché la propria individualità è schiacciata e sacrificata. In questi casi le accompagno in un percorso di riappropriazione dei propri legittimi spazi. La mia formula è quella della mezz’ora al giorno, che sia per una corsa, per un’uscita a far shopping o andare dall’estetista“.

mamma che lavora

“La donna che lavora oggi sotto una forte pressione dell’azienda, del fatto di gestire delle persone o solo di se stessa ha bisogno di rivedere completamente la sua giornata” mi spiega Antonella. “Spesso dietro a tutto questo si nasconde il non saper dire di no. Viene fuori che la nostra maternità è una maternità allargata, senza confini né in azienda né a casa. La donna è sempre la madre, anche sul lavoro. Anche una donna manager che gestisce dei collaboratori spesso non sa delegare e quindi li tratta come figli, come persone che dipendono dal suo aiuto e dal suo contributo. In tutti questi casi si lavora sull’aspetto di delega, sulla donna che deve pian piano diventare leader di se stessa e degli altri, per recuperare tempo e non provare inutili sensi di colpa nei confronti dei propri figli”.

Sarà che sono emiliana e quindi fortemente pragmatica, mi chiedo quindi quale sia la percentuale della perfetta distribuzione dei pesi dei nostri diritti e doveri. “Vanno stabilite le reali priorità, quelle che non possono essere delegate” continua Antonella. “Vanno compresi innanzitutto i nostri reali bisogni per porci in seguito gli obiettivi delle nostre giornate, sia sul lavoro sia in ambito familiare. Partiamo dall’ auto osservazione attraverso la visione a elicottero di noi stesse e della nostra condizione. Teniamo un diario di bordo, fatto di micro obiettivi e obiettivo finale. Cerchiamo di rendere gli altri più autonomi, impariamo quindi a delegare di più senza sentirci sempre indispensabili. Concediamoci dei premi al raggiungimento di risultati importanti , e soprattutto diciamo basta alla nostra ostinazione nel pretendere troppo da noi stesse.”

bambino

Antonella mamma ha deciso per esempio di non seguire più l’apprendimento scolastico dei suoi figli dalla seconda elementare. Una scelta radicale, che fa stare serena lei da un lato e sviluppare un’ incredibile autonomia nei suoi figli dall’altro. “Guardarli da lontano senza intervenire, anche quando si preparano lo zaino prima di un pigiama party dagli amici. E se si dimenticano il pigiama o lo spazzolino, bhè, la volta dopo se li ricorderanno”. Parola di coach.

 

 

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