E poi è arrivata l’estate, tra Vasco e Stella Pulpo


E poi è arrivata l’estate.

Pagella ritirata. Cartella lavata. Sotto coi compiti delle vacanze. Li odio e li odiamo in due, io e lei. 5 pagine al giorno moltiplicate per 5 giorni alla settimana, con stop di 2 settimane perché almeno in Portogallo, ad agosto quando ci andremo, chissenefrega di rimanere in pari.

Ansia da prestazione. Sua e mia come genitore. Condizionatore rotto al piano terra, 40 gradi fuori.

Treno per Pescara, bye bye bambini, dhl protetto da doppio pluribol consegnato ai nonni per i prossimi 30 giorni. Nonni abruzzesi con casa al mare, siate benedetti.

“Ci vedremo ogni 15 giorni” dico loro. “Mi mancherete, bambini. Tanto”. Piccola bugia. L’emisfero sinistro dice che sono una bad mom. Quello destro mi ricorda però che per 30 giorni su 365 detengo un diritto costituzionale di disporre di silenzio e libertà individuale. Di potermi fare una doccia cantando Shape of You di Ed Sheeran senza essere chiamata 20 volte a lavare sederi.

Poi arriva Vasco. Italia che si ferma. “Che mi importa di Vasco”, penso. Da borghese-bon ton-lievementesnob-convenzionale che sono diventata figuriamoci se bandane e rock possano sollevare la mia soglia di interesse, IO che ascolto roba commerciale tipo Maroon 5.  Di comune con Vasco io ho Modena, full stop. A Zocca ci vado a mangiare le tigelle, non di certo in pellegrinaggio alla sua casa natale come un cane da caccia alla vista della sua beccaccia morta.

Poi capisci, ovviamente a posteriori, di non avere capito. Un bel niente. Che Vasco in una sera è stato più potente di decenni di politica messi insieme. E forse una settimana in tenda al Modena Park mi avrebbe anche fatto bene. Che lui e non i politici, come invece ti aspetteresti che facessero, è stato capace di dare lezioni di coraggio, di sogni e di gioia di vivere. E quei maledetti-bellissimi-fantasmagorici fuochi d’artificio con Alba Chiara cantata a squarciagola da 220 mila persone (duecentoventimila, capito?) mi hanno fatto pulsare tutta la modenesità che è in me. Mi sono sentita orgogliosa della mia terra: Vasco, Pavarotti, Bottura… Esempi come questi sono come il fumo passivo. Ci si ammalerebbe volentieri.

E poi è continuato il lavoro, i viaggi di lavoro e di piacere, santi viaggi che sono ossigeno, che mi sparano come pallina da una cerbottana sulla linearità della vita di tutti i giorni.

E poi l’anniversario di matrimonio, la nostra fuga in Toscana per disintossicarci dai rumori, dallo stress, dalle mail ragionate per pararsi il lato B in virtù della legge della giungla aziendale, dalle passerelle affollate degli stabilimenti balneari, dalla sabbia che scotta, dai parcheggi che non si trovano, dagli scooter che giù, in Abruzzo dai santi nonni, fanno più casino che al Nord. Per ritrovarci. Perchè a volte si è troppo distratti, tra sederi altrui da lavare e riunioni a cui partecipare. Le distrazioni rischiano di farti perdere.

E in una estate che bolle, la sera spolvero il mio emisfero sinistro con la leggerezza e irriverenza di Stella Pulpo e del suo romanzo “Fai uno squillo quando arrivi”, che il mio essere borghese-bon ton-lievementesnob-convenzionale quasi quasi si vergognava a scaricare dal kindle. Al diavolo, per una santa estate, Proust e  Marguerite Yourcenar. Farò penitenza a settembre.

Così capita, tra il silenzio costituzionale del mio luglio da “fidanzata”, di ritrovare pezzi di me di 15 anni fa in quel libro, cellule morte staccate dalla paura di essere e quella di dire la verità, atteggiamenti tipici del nostro essere noiosi-adulti-responsabili. Ritrovo il senso di onnipotenza dei miei ventanni, di quando leggevo Nick Hornby, di quando vedevo vecchi i miei genitori, di quando l’amore era accompagnato dalla musica dei Doors e sorsi di Ceres sulla spiaggia, di quando  sognavo di fare la scrittrice, di quando “adescai” (oh my God) su Internet uno scrittore emergente, con cui iniziai un romanzo a quattro mani. Di quando passammo una notte (casta e pura) in un hotel di Rimini a scrivere due capitoli del romanzo. Di quando sognavamo di sfilare al Premio Bancarella, noi, giovani, sconosciuti, talentuosi e controcorrente. Di come, poi, ci siamo persi, e abbiamo (o almeno io) perso per strada quella voglia di sognare, osare e vincere che il 1° luglio 2017 Vasco, però, mi ha ricordato di avere. Quella voglia, sappiate, ce l’abbiamo tutti. Anche noi noiosi, adulti, responsabili.

 

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