Come insegnare ai bambini a pensare

Ci vorrebbero lezioni di sogni a scuola. Anche un’ora alla settimana, bambini riuniti in cerchio a fare brainstorming sul mondo che c’è e che non c’è. A scuola forniscono il kit del “bravo impiegato”: bambini che eseguono un compito senza fare errori grossolani, che arrivano in orario e sono vestiti in ordine. Dove l’obiettivo è trasferire contenuti per portare a termine il programma scolastico. Dove la cultura dell’errore è interpretata secondo la sua accezione negativa e non come opportunità di miglioramento. Le grandi conquiste sono tutte nate da sconfitte precedenti.

Cosa c’è di più potente di un sogno? Niente. I sogni di pochi hanno determinato tsunami culturali in tutti i tempi. Hanno sconfitto ingiustizie, ridato la libertà a chi ne era stato privato, solo per fare qualche esempio. Sono straconvinta che per arrivare a grandi conquiste vada educato il pensiero fin dall’infanzia. E non mi riesco a spiegare perché in Italia, paese di grandi artisti, creativi e pensatori, non si faccia di più per allenare il pensiero critico dei bambini, alla base dei grandi sogni di tutti i tempi.

Faccio un esempio. In pochi sanno cos’è la P4C. Basti sapere che solo 3 o forse 4 scuole di tutto il nostro paese la applicano.

La P4C (Philosophy for children) è un movimento educativo nato circa 30 anni fa e che rappresenta una delle proposte più riuscite nell’educazione al pensiero. Il suo promotore negli anni 70 è stato Lipman, che era all’epoca un professore di logica alla Columbia University di New York. Cosa si era accorto Lipman? Molto semplicemente che gli studenti non sapevano pensare. O meglio, non sapevano farlo criticamente e argomentare, elementi fondamentali per ogni processo di formazione individuale. Per diventare i cittadini del domani in grado di affrontare e sperare di vincere le sfide di una società globalizzata e complessa.

Lipman aveva un sogno. Insegnare ai bambini a pensare. Educarli al ragionamento a partire dagli anni delle elementari. Accendere le loro menti affinché potessero esplodere di colori, idee, fuochi d’artificio. Decise di partire dalle favole, perché le storie hanno una potenza evocativa ed emozionale straordinaria e attraggono i bambini. Stimolano domande, sogni e fantasia. E da questa forte intuizione ci costruì un modello pedagogico, impostato sul concetto di comunità. Le scuole avrebbero dovuto organizzare delle sessioni di filosofia, in cui i bambini riuniti in cerchio ascoltassero una storia e venissero stimolati al dialogo democratico e a dare risposte a perplessità e quesiti sollevati dall’insegnante. Il modello è basato sulla trasformazione della classe in un gruppo che fa ricerca, supportato da un insegnante che acquisisce un nuovo ruolo, quello di facilitatore della comunicazione, rompendo così gli schemi della tradizionale lezione frontale. E le storie suddivise per fasce di età e sviluppate appositamente per poter stimolare quesiti e ragionamento.

Il fare filosofia alle elementari significa riscoprire una domanda tanto cara ai bambini: “Perché?”. Dagli studi psicologici sappiamo che il bambino si pone tale interrogativo già quando è molto piccolo, così si può considerare impegnato sin da allora in un’attività filosofica.

In alcuni paesi questo modello è stato visto come strumento di forte emancipazione culturale: il maggiore sviluppo è avvenuto negli Stati Uniti, in Messico e in Sud America. Ha preso piede anche in Cina, Corea e in Europa. In Italia ci sono solo 3 scuole che lo applicano (a Verbania, Novara e Corsico).

Siamo una società del benessere fisico. I nostri bambini devono imparare a fare tutti gli sport. Siamo orgogliosi quando la domenica segnano un goal in rete. Quando fanno un arabesque perfetto al saggio di danza classica. Siamo intransigenti con l’alimentazione: stiamo diventando tutti vegani. Non compriamo più la carne rossa dopo l’ultimo monito dell’OMS. Olio di palma è diventata una nuova parolaccia.

E la testa? E il pensiero che ruolo ha? Basta che studino, recitiamo noi genitori. Caspita, da questi bambini escono scintille di bontà e genio, mi dico. “Mamma, perché dici che ti è antipatica Elena (nome di fantasia n.d.r.) se dici di non conoscerla? Non si deve giudicare senza conoscere le persone”. Mia figlia ha quasi sei anni. Sveglia sì, intelligente, ma come tanti. Però come tutti i bambini è un pozzo pieno di germogli sani che potrebbero fiorire in una delle più belle foreste amazzoniche del mondo.

E se non ci pensa la scuola pensiamoci noi! Compriamo libri per bambini, leggiamoli insieme e conversiamo all’ora di cena davanti al nostro piatto tristemente vegano. Un blog molto carino di libri per l’infanzia è Scaffale Basso: http://www.scaffalebasso.it/

Mentre un libro che tutte le mamme dovrebbero leggere: “Da qualche parte nel mondo”, di Chiara Cecilia Santamaria, scrittrice e mummy blogger (la mia preferita) che scrive di sogni e gioventù, di come una volta spezzati, comunque tornino. Forse così rischieremo di non spezzarli ai nostri figli quando ci diranno che sognano di fare i punkabbestia per protesta contro società e consumismo.

Da qualche parte nel mondo

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